La millenaria storia dell’ombrello: da La vie en Rose agli Who perdendosi in un bicchier d’acqua
by on novembre 12, 2019 in Collaborazioni

Il cambiamento del clima è come la quarta rivoluzione industriale: non sta arrivando, è già qui. La novità è che in autunno piove sempre di più e purtroppo la pioggia fa spesso guai, un po’ come me, che quando entro in casa dei Roommates mi sento un pesce fuor d’acqua e finisco per combinarne una delle mie. Oggi, mentre i Coinquilini non c’erano, si è infiltrata dell’umidità nel titolo e con lei è scivolato giù anche il film Cantando sotto la pioggia, uno dei miglior musical di sempre. Questa pietra miliare del cinema, ambientata nel passaggio da pellicole mute a sonore, fu probabilmente ispirata dal film “Étoile sans lumière” la cui protagonista femminile era nientepopodimeno che l’incantevole Édit Piaf (“quella” de La vie en Rose e di “Non, je ne regrette rien”- per intenderci – con l’inconfondibile voce ricca di “r” vibranti e profonde).

Quindi si parla di canto e di pioggia o qualcosa del genere. Che poi l’avrete capito che tutta questa storia è solo una scusa per tirare acqua al mio mulino e come al solito raccontarvi qualcosa che non c’entra niente con il motivo per il quale siete finiti qui. Quindi, bando alle ciance e sgocciolando in tutta la stanza, parliamo di ombrelli. La Regina Elisabetta ne ha una collezione intera, uno per ogni outfit sfoggiato nelle occasioni ufficiali: in un solo scatto è capace di rappresentare il perfetto stile inglese, dai completi colorati ai cappelli, per arrivare agli ombrelli coordinati, simbolo di una nobiltà e di una raffinatezza di altri tempi. Un ricordo di quando gli ombrelli riparavano più che altro dal sole, nemico dei visi nobili, chiari come la porcellana, fin dal tempo dei faraoni egizi. Ne è passata di acqua sotto i ponti ma dal XVII secolo in poi l’ombrello si diffonde come accessorio moda, a volte impreziosito da pizzi e piume, sempre coordinato ad abiti e accessori esclusivamente femminili. Non c’era nemmeno da provare a portarne uno, se si era un uomo. Non nel Regno Unito, almeno. Non prima del 1800. Ne sa qualcosa il filantropo Jonas Hanway, primo tra i londinesi a usare l’ombrello: lottò per trent’anni contro la società del Settecento, venne deriso e insultato per aver usato un accessorio femminile che al massimo avrebbe potuto portare un francese, ma un vero inglese proprio no. Furono sopratutto i conducenti delle carrozze a prenderlo di mira: puntavano proprio sui giorni di pioggia per incrementare i loro affari e l’ombrello avrebbe finito per rovinarli irreparabilmente. Purtroppo per loro, ombrello e bombetta finiranno per accompagnare e rappresentare banchieri e uomini d’affari di tutta Londra per decenni.

A questo punto dell’anno, con tutta questa pioggia, forse sarebbe stato opportuno tirare fuori dall’armadio qualche curiosità su November Rain, o Rain e basta (già che su questo blog se ne è già parlato)

Rain Versione Roommates

ma per non far piovere sul bagnato, ho preferito evitare, confezionando il solito pezzo che fa acqua da tutte le parti. La Regina Elisabetta, dicevamo, è simbolo di una raffinatezza d’altri tempi ma anche di una tradizione aristocratica austera e risoluta: se c’è un carro funebre nel quartiere di Belgravia, per esempio, e a lei da fastidio perché ogni volta che passa di lì le ricorda il funerale del marito Giorgio VI, lei lo fa rimuovere. Chi se ne frega a chi appartiene. Cosa che invece frega a noi, perché il Packard V12 del 1936 in questione, era di Pete Townshend, leader degli Who, talmente arrabbiato per l’accaduto, da dedicare alla Regina Madre il brano “My Generation”. Un brano nel cui videoclip si vedono camminare fianco a fianco ragazze con minigonne vertiginose e uomini con bombetta e ombrello (eccolo): sintesi di una società che sta aprendo le proprie menti, al di là delle classi sociali e dei simboli che le rappresentano. Tornando al 2019 – oltre al fatto che quest’anno il Museo dell’Ombrello e del parasole di Gignese compie 80 anni – c’è da aggiungere che gli Who torneranno con un nuovo album, a 13 anni dal precedente. Alla batteria c’è sempre Zak Starkey, figlio di Ringo Starr, che guarda caso ha girato tutto il video di “La De Da” cantando sotto la pioggia (occhiolino), con un ombrello. E “La vie en Rose”, che è fiorita nel titolo con l’infiltrazione? A dimostrazione del fatto che questo viaggio non è un completo buco nell’acqua, c’è di nuovo Pete Townshend, che riconosce Edith Piaf come vera e propria musa rock:

“il suo modo sofferente di cantare ha ispirato la nostra My Generation”.

In definitiva, considerando i complessi cambiamenti che coinvolgono il meteo, la società, la musica e le tendenze, penso che si possa concludere – in modo leggero, un po’ all’acqua di rose (toh, delle rose) – che la mente umana è un po’ come un ombrello: funziona meglio se la si tiene aperta.

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One Response to La millenaria storia dell’ombrello: da La vie en Rose agli Who perdendosi in un bicchier d’acqua

  1. Manuela ha detto:

    E’ interessante e originale come l’ autrice, partendo da un oggetto estremamente comune, riesca a creare intrecci e rimandi pieni di curiosità che hanno a che fare con la storia dei costumi, della società e della musica (che poi è l’ argomento principale di questo blog)…Verissimo l’ epilogo!!

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