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Potere della musica e Hz?

Tempo di lettura: 5 minuti

Spesso, anche a sproposito, si sente parlare del “potere della musica”. La musica può sobillare gli animi e far nascere una rivoluzione, può far urlare dalla gioia o far piangere di dolore, può far sfogare la propria rabbia ma può anche calmare le persone, renderle docili, farle addormentare addirittura:

  • chi di noi non ha potuto verificare di persona il mirifico potere delle ninne-nanne che ci cantava nostra madre?
  • Chi non ha mai usato, almeno una volta nella vita, una traccia audio per addormentarsi o per rilassarsi?
  • Davvero la musica ha questo potere terapeutico o sono tutte fandonie?

Chi appartiene alla mia generazione, quella degli Anni Ottanta, ha visto crescere a dismisura il cosiddetto fenomeno “New Age”, un movimento culturale che abbracciava molte realtà di diversa natura, mettendo insieme, in unico calderone, il ritorno a semplici stili di vita, nuove credenze filosofiche e religiose e medicine alternative, il tutto caratterizzato da un approccio individuale fuori dagli schemi  teso all’esplorazione della spiritualità personale. Questo fenomeno ha accolto, ca va sans dire, anche la musica, creando un vero e proprio filone, la cosiddetta “musica new age”, una sorta di macrocategoria includente alcune varianti del jazz, del folk e della musica elettronica e che si caratterizza per le atmosfere meditative, a volte accompagnate da suoni naturali in sottofondo o da sonorità cosmiche e orchestrali, e che ha trovato testimonial d’eccezione come Vangelis, Loreena McKennit ed Enya.

La New Age

Secondo le intenzioni di molti artisti coinvolti, la musica New Age avrebbe lo scopo di condurre l’ascoltatore a livelli di coscienza superiori, garantendogli benefici terapeutici, ma può anche essere ascoltata al solo fine di rilassarsi. Tra i movimenti all’interno di questo filone trova posto anche la cosiddetta “Rivoluzione Omega”,  ovvero un movimento di persone che si batte affinché lo standard mondiale dell’accordatura degli strumenti sia riportato alla lunghezza d’onda di 432 Hz, ovvero a quella viene da loro considerata l’accordatura “fisica” o “scientifica”, in contrapposizione ai 440 Hz attuali, che vennero scelti per la prima volta nel 1917 dall’American Federation of Musicians e che vennero adottati nel 1939 in Europa come compromesso tra gli standard precedentemente accettati e le tendenze del momento, che vedevano salire le intonazioni.

Perché proprio 432 Hz? I fautori del movimento dicono che suonare e ascoltare musica a 432 Hz riequilibra il corpo e per effetto vibrazionale anche la natura circostante, ridando il primordiale equilibrio di pace e benessere, e che non solo ogni interferenza in merito, passata e presente, sia una cospirazione da parte di un certo potere mirata a portare la frequenza di riferimento lontano dai 432 Hz, ma che le patologie del corpo umano siano legate a una disarmonia che danneggerebbe gli organi, e che, per guarire, sia necessario riequilibrare queste vibrazioni.  Tale credenza è una bufala, smentita in uno studio del 1994 condotto da Daniel J. Levitin che evidenziava come ogni persona ha una piccola percentuale di orecchio assoluto e che, dato che la stragrande maggioranza della musica che ascoltiamo è a 440 Hz, ogni minima variazione al diapason diventa percepibile e il 432 Hz, in questo caso, viene preferito perché leggermente più basso, ma lo stesso identico effetto si potrebbe ottenere passando da 440 Hz a 435, o 430, o 428, o qualsiasi altro valore, purché inferiore a 440 Hz. Per questo motivo, a livello di percezione, un brano suonato a 432 Hz viene percepito dagli ascoltatori come più “caldo” e più rilassante.

Immagine che vuol far credere che 432 Hz sia una cosa figa perché l’immagine è figa.

Ma la musica ha davvero un “potere” rilassante? Non si sa con certezza, guardando alcuni studi scientifici. Nel corso degli anni è stato indagato il ruolo della musica come antidolorifico, all’interno delle pratiche di anestesia, e si è visto che il risultato delle ricerche è controverso, visto che l’uso della musica in ambito pre-operatorio e post-operatorio riduce lo stress e l’ansia ma che, in ambito chirurgico, gli studi non danno un risultato certo. La musica può essere utilizzata sicuramente in maniera complementare per combattere lo stress e il dolore, per la sua natura di blando ansiolitico, ma è inefficace quando ci troviamo di fronte a un forte dolore e la sua efficacia dipende dalla disposizione del paziente e dalla potenza dello stimolo doloroso.

Studio?

Uno  studio, presentato al Congresso nazionale di anestesia e rianimazione di Parigi e condotto da alcuni ricercatori del dipartimento di anestesia e rianimazione della clinica per il trattamento del dolore dell’ospedale Maisonneuve-Rosemont dell’Universita’ di Montreal, ha misurato il grado di ansia dei pazienti sottoposti a un sottofondo musicale durante una anestesia locale e si è visto che la musica ha la capacità di ridurre le dosi dell’ansiolitico midazolam somministrato al paziente prima e durante un intervento chirurgico. In un congresso della Società Europea di Anestesiologia uno studio pilota, condotto su 62 pazienti, ha mostrato come chi aveva avuto modo di essere accompagnato dalle proprie canzoni preferite prima di un’operazione chirurgica aveva richiesto una dose inferiore di anestetico locale, oltre che di sedativi durante l’intervento. L’ascolto di un po’ di musica prima di entrare in sala operatoria farebbe bene anche ai medici, come dimostrato da una ricerca pubblicata su Aesthetic Surgery Journal, dove si è visto che i chirurghi che poco prima di un intervento si rilassano ascoltando le loro note preferite dimostrano una migliore esecuzione chirurgica e una maggiore rapidità e precisione nella sutura delle incisioni.

Conclusioni

L’utilizzo della musica nella terapia multimodale è però ancora una pratica rara in ambito medico, e si è visto che i brani scelti dal paziente sono comunemente più efficaci dei brani scelti da estranei: ascoltare musica aiuta soprattutto i pazienti svegli, in quando ha un effetto positivo sul recupero post-operatorio e sulla necessità di analgesia post-operatoria, ma non ci sono studi che hanno potuto dimostrare un effetto significativo della musica intraoperatoria sullo stress chirurgico quando la stessa viene utilizzata in anestesia generale. Quindi, può essere vero che “una musica può fare”, ma solo in determinati casi e solo ascoltando la propria musica del cuore. Per il resto, al momento, non ci sono basi scientifiche.

 

L’unica conclusione che si trae, semplicemente, è che ascoltare la propria musica preferita, qualunque essa sia, non fa male. 

Bibliografia (perché siamo gente seria)

Daniel J. Levitin. “Fatti di musica. La scienza di un’ossessione umana”, 2019, ed. Codice

Lepage C1, Drolet P, Girard M, Grenier Y, DeGagné R., “Music decreases sedative requirements during spinal anesthesia”, 2001, Department of Anesthesia, Maisonneuve-Rosemont Hospital and University of Montreal, Montreal, Quebec, Canada.

Gilles Guerrier, David Boutboul, Sylvie Rondet, DalilaHallal, Jacques Levy, Charles Marc Samama, “Impact of music on anxiety among patients undergoing eye surgery under topical anaesthesia”, 2016, Hôpital Cochin, Assistance Publique-Hôpitaux de Paris, Université Paris Descartes, Paris, France.

B. A. Karwoski; T. M. Kazam; J. M. Solomon, “Music in the Operating Room and Patient Anxiety During Cataract Surgery”, 2010, Investigative Ophthalmology & Visual Science April 2010, Vol.51, 5384.

Comments: 3

  • MQuattro
    Rispondi 26 Febbraio 2020 22:13

    La bibliografia è una chicca non trascurabile 🙂

  • DB
    Rispondi 27 Febbraio 2020 16:03

    Più musica, meno Midazolam: non sarebbe male un mondo di prescrizioni musicali anziché farmaceutiche.

  • Manuela
    Rispondi 28 Febbraio 2020 09:54

    Sono d’ accordo con Damiana!!
    Poi, indipendentemente dalla lunghezza d’ onda, la “mia” musica (quella che mi piace) ha tanti poteri benefici: mi permette di sentirmi viva, mi ricorda episodi di vita vissuti, persone passate e presenti, mi fa sognare ad occhi aperti…
    Quante volte, dopo una giornata stressante di lavoro o dopo qualche episodio negativo, una delle canzoni della mia playlist si è trasformata in una efficace terapia per allontanare quelle cattive sensazioni, facendomi rilassare e al tempo stesso ritrovare energia e positività!
    E che dire poi di quando passo una serata ad ascoltare i Roommates dal vivo? La loro musica riesce a darmi la carica per affrontare meglio la settimana!
    Quindi, decisamente, ascoltare la musica che ci piace può fare solo un gran bene.

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