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Tuta aderente: dalle origini a Freddie Mercury (e oltre)

Tempo di lettura: 5 minuti

Dal momento che non sono competente in materia, non voglio tirare in ballo il coronavirus. Accidenti l’ho appena fatto. Riprovo. Visto che non sono un’esperta di musica, parlerò del Festival di Sanremo. Ecco, adesso funziona. Immagino che tu stia pensando che forse era meglio parlare della pandemia. In tal caso mi dispiace per te: ci sarà qualche corona ma il virus non c’entra e comunque ormai è deciso: si parte dal Festival di Sanremo e per una ragione ben precisa. Proprio quest’anno Achille Lauro ha sfoggiato una mise che non è passata inosservata, il cui pezzo forte era costituito da una tutina aderente dorata. Il suo look ha dato origine a molte critiche ma a qualcuno di voi ha giustamente ricordato qualcosa di già visto. Avrei potuto citare David Bowie (lo abbiamo da poco incontrato qui su Note di Stile) oppure Elvis Presley (anche lui ha già fatto capolino qui, ma anche qui) ma mi è venuto in mente un altro personaggio, “probabilmente uno dei fondatori del movimento androgino nella moda”. Con queste parole Zandra Rhodes, stilista di fama internazionale, descrive Freddie Mercury, con il quale ha lavorato per anni rappresentando un momento di svolta per lo stile dei Queen. Zondra e Freddie gestivano entrambi una bancarella al Kensington Market ma si sono conosciuti solo parecchi anni dopo, negli anni ’70. Tieni a mente questa premessa e preparati al solito volo pindarico, perché stiamo per andare a finire da tutt’altra parte.

New York, 6 aprile 1943: esattamente 77 anni fa uscì “Il Piccolo Principe”, il celebre racconto di Antoine de Saint-Exupéry, nella sua traduzione in inglese. Il manoscritto originale francese, invece, venne pubblicato a Parigi soltanto dopo la scomparsa dell’autore, nel 1946, lo stesso anno in cui nacque Freddie Mercury, per dire. Lasciando ancora un attimo da parte i Queen, torniamo a “Il Piccolo Principe”, che racconta la storia di un pilota di aerei. Dopo essere precipitato nel deserto del Sahara, incontra un bambino proveniente da un altro pianeta: il Piccolo Principe ha viaggiato attraverso vari mondi per poi arrivare sulla Terra e raccontare al pilota gli incontri fatti sugli altri pianeti, con personaggi interpretabili come stereotipi della nostra società, tra l’altro sempre attuali. Il libro, uno dei più tradotti al mondo, non ha solo come protagonista un pilota, perché anche il suo autore era un aviatore, scomparso nella Seconda Guerra Mondiale. Cosa c’entra tutto questo con la tutina aderente? Ci arrivo, giuro. Colgo al volo ogni occasione per divagare ma alla fine riesco sempre a chiudere il cerchio, in qualche modo.

L’aviatore che ha scritto uno dei libri più venduti di sempre, mi fa venire in mente Emilio Pucci, un altro aviatore (pluridecorato) nonché celebre stilista: il marchio del marchese ha avuto un ruolo fondamentale per la storia di moda che stiamo cercando di raccontare cioè quella della jumpsuit (che fin’ora abbiamo chiamato “tutina”). La jumpsuit (capo monopezzo aderente che copre braccia e gambe) fu creata nel 1919 per i paracadutisti, studiata letteralmente per saltare (jump) dagli aerei. L’idea originale era venuta a un pittore e stilista futurista che pensò alla tuta come a un indumento semplice e comodo, un capo anti-borghese che Emilio Pucci trasformò in abbigliamento sportivo all’avanguardia, realizzando tute da sci per gli amici. Fu così che si avvicinò al mondo della moda e grazie alle sue jumpsuit continuò a lavorare sul concetto di libertà utilizzando seta stampata senza pieghe, un tipo di tessuto che gli valse il titolo di “The Prince of Prints“. Un altro principe insomma (occhiolino) i cui capi non sfilarono solo sulle passerelle: Pucci disegnò lo stemma per la tuta degli astronauti della NASA per la missione Apollo 15 oltre a numerose divise tra cui quelle blu dei vigili urbani fiorentini, con i lunghi guanti bianchi e gli elmetti ovali, che ci fanno volare verso gli anni ’70, mentre la tuta aderente si prepara a diventare unisex.

Nello stesso periodo, in Inghilterra, i Queen stavano cercando di far decollare la loro carriera ma l’esordio non fu dei migliori. Il 1972 fu l’anno peggiore in assoluto: al primo concerto dell’anno a Londra, il pubblico fu di sole 6 persone, mettendo l’accento su quello che fu indubbiamente il momento più imbarazzante della loro carriera. Non si persero d’animo e rifiutarono un contratto che fu loro proposto da una casa discografica minore per aspettare una proposta all’altezza delle loro capacità. Non dovettero attendere a lungo perché l’anno successivo presero al volo il treno del successo, firmando il loro primo contratto con la EMI: era (guarda caso) il 6 aprile, del 1973. In quegli anni, sempre nel Regno Unito, hostess e piloti della Braniff International Airways indossavano divise firmate da Pucci. Approfitto dell’aereo per fare un salto a Zanzibar, più precisamente a Stone Town, città natale di Freddie Mercury, dove nel 2019 è sorto il primo museo a lui dedicato, su iniziativa dell’imperiese Andrea Boero (mi sembra giusto ricordarlo) e di Javed Jaffreji, amico della famiglia del cantante.

Ma torniamo alle jumpsuit in shantung di seta, nei colori vivaci e nei tessuti usati da Emilio Pucci, perché Zondra Rhodes (la stilista di Freddie Mercury citata all’inizio) era altrettanto attenta alle stampe e ai loro movimenti: studiava i tessuti appoggiandoli sul suo corpo, per vedere come si comportava la stoffa in movimento. Fu forse per questo che Freddie la chiamò (quando Zondra non sapeva nemmeno chi fossero i Queen) e le chiese di poter visionare i suoi lavori. Andò da lei e scelse un abito bianco con le ali, un pezzo nato come idea per un abito da sposa: il cantante aveva capito al volo che quell’abito sarebbe stato perfetto sul palco, in uno dei suoi spettacolari concerti. L’incontro con Zondra fu decisivo e segnò un netto cambio di stile per tutta la band: negli anni ’70 King Freddie scoprì il glam rock britannico e iniziò anche lui a sfoggiare tutine aderenti a scacchi, paillettate, colorate e glitterate, un po’ come quelle di Bowie e tanti altri, simili anche a quella che Gucci ha disegnato per l’esibizione di Achille Lauro al Festival di Sanremo 2020.

Dal Piccolo Principe al Re Freddie Mercury, torniamo al Festival di Sanremo. Sorvoliamo sul fatto che nel 1984 il festival ospitò i Queen (anche perché li costrinse a cantare in playback) e raggiungiamo il 1958, anno in cui Domenico Modugno vinse Festival di Sanremo con “Nel blu dipinto di blu” meglio nota come “Volare”, un successo mondiale. Ci fermiamo qui o meglio nel 1978, quella volta in cui pare che Modugno si sia presentato a uno show della radio televisione della Svizzera italiana descrivendosi come un aviatore (occhiolino).

Comments: 9

  • Laura
    Rispondi 6 Aprile 2020 09:30

    Questi articoli sono sempre Voli movimentati ma l’arrivo a destinazione è sempre un piacere

  • Hilayah
    Rispondi 6 Aprile 2020 11:12

    Che viaggioni che ci si può fare con la Dami! Almeno con lei, usciamo a fare un bel giro ????

  • Manuela
    Rispondi 6 Aprile 2020 14:05

    L’ Agenzia di Viaggi “NOTE DI STILE” di Damiana Biga è specializzata in tour per mete insolite.
    La destinazione, suggerita al momento della prenotazione, può più o meno essere nota ma le tappe intermedie sono sempre avventurose e sorprendentemente inaspettate!
    ⭐⭐⭐⭐⭐
    Altamente consigliata????

      • Manuela
        Rispondi 6 Aprile 2020 19:11

        Tutto meritato????

  • ALBEgrafiche
    Rispondi 6 Aprile 2020 21:16

    Sin dal suo esordio la “tutina” è stata sinonimo di un’estetica sessualmente ambigua, sensualmente androgina e sinuosamente efebica. In Italia? Renato Zero su tutti. Tra l’altro è diventata tanto iconica, quasi da scadere in una sorta di caricatura di sè stessa, passando dal tono provocatorio “storico” a quello volutmanete canzonatorio e ridicolo – qualcuno ha forse nominato Justin Hawkins dei The Darkness?.
    Detto questo, Note di Stile sta migliorando di volta in volta, diventando sempre più lucido nella struttura, accurato nella scrittura e “denso” nei contenuti (giusto per citare una personcina a caso).
    E brava la nostra Damiana!

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