Blog

Requiem di copertina, pt.1 – Overture in blues.

Tempo di lettura: 6 minuti

Nel 2008 l’Independent ha pubblicato un articolo, nel quale Peter Blake e Peter Saville decretano di fatto la fine della cover art. Saville ha legato il proprio nome ai Roxy Music di Flesh & Blood e ai New Order, ma il suo capolavoro assoluto è la copertina di Unknown Pleasure dei Joy Division. Blake è invece l’artista dietro alla copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band.
Secondo loro, nell’era della musica digitale in streaming, gli album stampati sono destinati a sparire. E con loro, tanti saluti anche alle copertine, ormai condannate a rapido oblio. Cerchiamo, quindi, di ricostruire alcuni dei capitoli fondamentali della storia della cover art nella musica e vediamo se veramente questa è la sua conclusione, o se semplicemente è un nuovo capitolo appena iniziato.
NOTA: Questo articolo è strutturato in quattro parti. Questa che state leggendo è la prima. Buona lettura!

Richard Rodgers and the Imperial Orchestra – Smash Song Hits by Rodgers & Hart (Columbia, 1939)  – cover art di Alex Steinweiss

New York, fine anni ’30. Alex Steinweiss, un giovane di origine polacca, è davanti all’Imperial Theatre sulla Quarantacinquesima e sta confabulando con il proprietario. Vuole convincerlo ad esporre sull’insegna a caratteri mobili del locale il titolo di una raccolta di successi, ancora inedito, di Richard Rodgers e Lorenz Hart. La cosa sarebbe durata giusto il tempo di scattare una fotografia, dopodiché l’insegna dell’Imperial sarebbe tornata ad annunciare gli spettacoli della sera, come al solito. Quel semplice scatto era però di fondamentale importanza per Alex, perchè rappresenta l’idea perfetta per il progetto al quale il giovane art director sta lavorando da un po’ di tempo.

Andre Kostelanetz feat. Alec Templeton – George Gershwin’s Rhapsody in Blue (Columbia Records, 1940) – cover art di Alex Steinweiss

Steinweiss è stato da poco assunto dalla Columbia Records e da subito aveva iniziato a proporre nuove idee per aumentare le vendite dei dischi. La sua convinzione è che gli album, fino ad allora usati per raccogliere e proteggere i 78 giri, potevano diventare un ottimo strumento di marketing per incrementare le vendite. La sua idea era semplice, ma quanto mai geniale: sostituire le copertine in semplice carta kraft con immagini accattivanti e colorate. Dopo un’iniziale resistenza da parte di Edward Wallerstein – allora presidente dell’etichetta – Alex era comunque riuscito a convincere la Columbia a investire ben $2500 dollari nel progetto. Per questo motivo l’Imperial Theatre deve assolutamente essere immortalato sulla copertina di quell’album.

Quella di Smash Song Hits by Rodgers & Hart è la prima di una sterminata serie di cover art dove forme disegnate a mano, colori vivaci e soprattutto caratteri tipografici diventano ogni volta protagonisti assoluti di una narrazione visiva coerente e di impatto. La stessa calligrafia di Steinweiss – lo Scrawl – diventa uno dei tanti elementi distintivi caratterizzanti il suo stile. Uno stile che istantaneamente diventa riconoscibile al grande pubblico, decretandone un successo immediato e duraturo.

Rudolph Serkin with Bruno Walter – Beethoven, Piano Concerto n.5 in E Flat, Emperor (Columbia Records, 1942) – cover art di Alex Steinweiss

Rimaniamo ancora per un attimo a New York, sempre alla Columbia. Sempre Steinweiss, sempre Wallerstein. Questa volta però è il 1948. La Seconda Guerra Mondiale è finita da poco e l’industria si sta riprendendo, e con essa le nuove tecnologie. Nell’arco di appena dieci anni Steinweiss è un artista affermato, le sue copertine sono dappertutto e sono ricercatissime, tanto che ormai non lavora più in esclusivo per la Columbia. Anche la Decca, la London e la Everest hanno da tempo abbracciato il nuovo trend, accaparrandosi l’opera di Steinweiss per i propri album. Nel mentre Wallerstein è deciso ad affiancare al 78 e al 45 giri un nuovo formato: il 33 giri. Il suo obiettivo è quello di essere in grado di incidere un intero movimento di musica classica in un solo lato di un album. Per questo motivo il “Long Play”, in grado di tenere quasi 40 minuti di musica, è l’ideale. E per questo c’è bisogno delle capacità da ingegnere di William Savory per poterlo produrre in larga scala. Oltre che delle copertine di Steinweiss per poterlo vendere al pubblico, ovviamente.

In breve l’LP diventa un successo commerciale, soprattutto nell’ambito della musica classica e jazz. La semplice copertina, diventa lo spazio tipografico per presentare al meglio la musica, dando nuove possibilità di espressione artistica, sia sonora che visiva. Negli anni a seguire alla Columbia si affiancano altre etichette come la Blue Note, la Riverside o la Prestige, che non si limitano più a creare copertine con semplici composizioni grafiche, volte ad attirare l’occhio del pubblico. L’obiettivo non è più di semplice marketing, ma di divulgazione culturale e affermazione identitaria.

“Why‘d you put that white bitch on there?” – (Miles Davis)

Miles Davis + 19 – Miles Ahead (1957, Columbia Records) – a sinistra la copertina originale, a destra quella scelta da Miles

Miles Davis Sestet – Someday My Prince Will Come (Columbia, 1961) – cover art di Bob Cato

La semplice scelta della fotografia da usare in copertina acquisisce un’importanza inedita, spesso appesantita da risvolti sociali e politici. La prima edizione di Miles Ahead – il primo lavoro di Miles Davis con l’arrangiatore Gil Evans – sfoggia una foto glamour che cerca di comunicare l’essenza del cool jazz a un pubblico altolocato, intellettuale e – letteralmente – privilegiato. La scelta di sostituirla nelle edizioni successive con un primo piano di Miles può essere letto sia come la volontà di spostare l’attenzione dall’identità musicale all’ego personale dell’artista, che come un’affermazione sociale di un personaggio pubblico che, nonostante sia all’apice del suo successo, ancora non è immune all’America razzista e segregazionista di quegli anni.

John Lee Hooker – That’s My Story (Riverside Records, 1960) – cover art di Harris Lewine da fotografia di Lawrence Shustak

Non a caso, qualche anno più tardi, Miles decide di appropriarsi della disneyana Someday My Prince Will Come, stravolgendola a modo tutto suo a suon di jazz. In copertina, così come avvenuto per la sua canzone per eccellenza, persino Biancaneve diventa – non senza ironia – un simbolo di affermazione identitaria afroamericana, in questo caso incarnata dalla sensuale bellezza di Frances Taylor Davis – moglie dello stesso Miles.  Una Madonna bellissima, laica e soprattutto nera, in attesa del suo amato principe (a essere sinceri, anch’esso non propriamente “azzurro”).

Thelonius Monk Septet – Monk’s Music (Riverside, 1957) – cover art di Paul Bacon

Dagli albori dei coloured records degli anni ’40, insieme a Miles Davis, emerge una generazione di protagonisti come Thelonius Monk, John Lee HookerJohn Coltrane. Una generazione di artisti in grado di conquistarsi un posto di primo piano nella musica americana contemporanea, di varcare l’oceano e infine di superare le barriere culturali europee. Nei pub della Swinging London Eric Clapton, Keith Richards, Pete Townshend, Jimmy Page – e chi più ne ha più ne metta – stanno già prendendo appunti.

Fine della prima parte.

CONTINUA A LEGGERE:
Requiem di copertina, pt.2 – Psichedelia, tutte le teste ti porti via.
Requiem di copertina, pt. 3 – Anarchy in the LP.
Requiem di copertina, pt. 4 – Show Must Go on.

Comments: 4

  • DB
    Rispondi 11 Maggio 2020 14:56

    Non mi intendo di grafica ma capisco qualcosa di moda, abbastanza per credere che non esista la fine di un’era. Davano per spacciate tante cose, persino i libri, ma la verità è che non si può fare a meno della bellezza e quindi dell’arte. Siamo solo alla prima tappa ma il solo fatto che tu sia qui ad accompagnarci, significa che non è ancora finita, per fortuna. Viaggio appassionante: ho già preso i biglietti per raggiungere le altre tappe.

  • Manuela
    Rispondi 13 Maggio 2020 10:09

    Il fatto che dall’ articolo dell’ Indipendent siano trascorsi dodici anni e che per fortuna i dischi non hanno smesso di essere stampati, nonostante il mondo ed il mercato della musica siano decisamente cambiati assumendo anche un carattere digitale, fa ben sperare che il pericolo della fine degli album “fisici” e quindi delle loro copertine sia (almeno per ora) scampato.
    Per quelli come noi che la musica l’ hanno potuta vivere anche nei negozi di dischi, è facile ricordare quante volte, cercando tra le novità, siamo stati colpiti dall’ immagine di quella copertina piuttosto che da un’ altra e magari, pur conoscendo poco o niente quel cantante o quella band, ci siamo incuriositi fino a comprare quell’ album scoprendo un nuovo mondo. La foto destinata ad occupare il package del disco non è solo un elemento di contorno ma una creazione artistica che viaggia in sintonia con l’ atmosfera descritta dai brani. Quell’ immagine è un punto di partenza per il viaggio intrapreso dall’ artista ed una guida per chi lo ascolta affinchè possa seguirlo nel suo cammino comprendendone meglio lo scopo. Alcune copertine poi hanno assunto vita propria indipendentemente dal destino dei cantanti e delle band, entrando nell’ immaginario collettivo e diventando delle icone generazionali.
    Per tutto questo, credo e spero davvero che il digitale non arrivi ad annullare la possibilità di partecipare a quei viaggi coinvolgenti. Intanto tu sicuramente potrai aiutarci a ricordarne e magari a viverne qualcuno; per questo anche io acquistato tutti i biglietti necessari.

Post a Reply to DB Cancel Reply