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“Ritorno al Futuro”: corsa all’oro in blue jeans

Tempo di lettura: 5 minuti

Cosa c’entra Bruce Springsteen con il film Ritorno al Futuro? Assolutamente nulla – non in questa dimensione per lo meno – ma già sai che non mi perderei l’occasione di raccontare improbabili intrecci tra rock e moda per tutto l’oro del mondo, perciò preparati perché stiamo per partire.

Una scena di Ritorno al Futuro

Cos’è quella faccia preoccupata? Guarda che non correremo alcun rischio. Seguiremo un preciso itinerario, pianificato tenendo conto di tutte le strade percorribili. Ma che dico “strade”? “Dove stiamo andando non c’è bisogno di strade!”: viaggeremo più nel tempo che nello spazio, esattamente come Doc e Marty McFly nel film Ritorno al Futuro. Partiamo da qui perché tutto ciò che so sui viaggi nel tempo me l’ha insegnato Ritorno al Futuro (solide basi scientifiche insomma) e anche perché il film è uscito in pieni anni ’80, nel periodo d’oro di uno dei capi più versatili e amati di sempre: il blue jeans.

Levi Strauss

Una scena di Ritorno al Futuro III

Nella versione italiana del primo film della trilogia Ritorno al Futuro, Marty McFly parte nel 1985 con indosso i suoi jeans e arriva nel 1955, dove viene erroneamente chiamato Levi Strauss per via del nome che compare su un’etichetta dei suoi vestiti. Ecco, la prima tappa di questo nostro viaggio ci porta al vero Levi Strauss, venditore di stoffe che, nella California di fine Ottocento, commerciava tessuti robusti e resistenti, come il “serge de Nîmes” (la tela di Nîmes, da cui deriva la parola “denim”). Strauss lavorava con uno stilista di capi per contadini e cercatori d’oro, che ben presto divenne suo socio: fu così che il 20 maggio 1873 (esattamente 147 anni fa) i due brevettarono il primo vero paio di jeans, quello con i rivetti in rame, in grado di rinforzare i pantaloni nei punti in cui risultavano più deboli. Faccio una precisazione dettata dal mio ormai noto orgoglio ligure: il fustagno genovese veniva esportato dal porto di Genova già dal XVI secolo (infatti “blue jeans” deriva da “blue de Gênes”) ma riconosco che è stata indubbiamente l’intuizione della Levi Strauss & Co. che ha consacrato definitivamente questo capo, dandoci modo di proseguire il nostro viaggio continuando a usare l’oro come filo conduttore.

Lo stile denim di Bruce Springsteen in Western Stars

A proposito, tieni ben presente minatori e cercatori d’oro – con jeans e salopette (che tra l’altro inventò Levi Strauss, sì anche la salopette) – perché restiamo a fine Ottocento e ci buttiamo nell’atmosfera western di Ritorno al Futuro III, ultimo capitolo della saga. Pare ci sia il concreto pericolo di finire in mezzo a una sorta di tempesta spazio-temporale perciò è meglio fissare un paio di punti di riferimento, per non rischiare di perderci: restiamo in California e precisamente nel periodo che va dal brevetto di Strauss all’anno in cui è ambientato Ritorno al Futuro III, quindi dal 1873 al 1885. In questi anni ci fu un acceso dibattito sulla politica monetaria statunitense, un argomento che in qualche modo si ricollega al nostro filone d’oro: qualcuno infatti sostiene che il romanzo “Il meraviglioso mago di Oz” – uscito nel 1900 (guarda caso proprio a maggio) – rappresenti una metafora di quel preciso periodo; secondo questa interpretazione, il nome Oz deriverebbe da “oncia”, unità di misura dell’oro. E rieccoci di nuovo al film Ritorno al Futuro III, uscito esattamente 90 anni dopo il romanzo (nel maggio del 1990): siamo qui perché il costume indossato da Christopher Lloyd (Doc) alla fine del film è dichiaratamente ispirato a quello usato per il Mago di Oz nella trasposizione cinematografica del romanzo. Tra l’altro lo stesso attore molti anni dopo ha impersonato proprio il Mago di Oz in una serie tv. Sì, lo so, tu vuoi vedere Bruce Springsteen ma siamo venuti qui apposta: sono abbastanza certa di riuscire a scorgerlo proprio qui, in un polveroso scenario western.

Sarà forse per il suo amore per la California, per i viaggi on the road e per il mito del West. O magari per i suoi jeans, calzati a pennello con quell’inconfondibile stile che lo ha reso una vera e propria icona, non saprei di preciso. Resta il fatto che me lo immagino comparire tra la polvere sollevata dai cavalli, avvolto in un paio di jeans vissuti, testimoni di più di 40 anni di carriera. Una carriera iniziata un secolo dopo quella di Strauss, nel 1974 (sempre a maggio) quando uno dei critici rock più influenti degli Stati Uniti lo definì “il futuro del rock”. Una volta Springsteen ha detto che il lavoro della sua vita è “giudicare la distanza tra la realtà americana e il sogno americano”, un tema che gli sta molto a cuore e che ci fa tornare al sogno americano di Levi Strauss, grazie al quale ogni secondo, nel mondo, si vendono circa 60 paia di jeans (anche se lui non ne ha mai indossato uno).

Ritratto made in Italy (di Paola Lomuscio)

Eccoci qui. Ritorno al Futuro o meglio al “futuro del rock”, a Springsteen. Sono contenta di aver fatto questo viaggio con lui, anche solo per la sua capacità di narrare, che può sembrare qualcosa di banale ma non lo è affatto: il racconto è una dimensione incredibile in cui è chi racconta, che fa la differenza. Soprattutto se si tratta di qualcuno che prima ancora di imparare a raccontare, ha imparato a leggere con consapevolezza. “Il primo libro che ho letto è stato Il mago di Oz, un’estate in cui non avevo nulla da fare. Ricordo che ero rimasto entusiasta del libro e del fatto di leggere”. Chissà se avrebbe raccontato storie nello stesso modo, Bruce Springsteen, se da ragazzo non avesse scoperto la lettura proprio grazie a quel libro (occhiolino).

Comments: 3

  • Manuela
    Rispondi 21 Maggio 2020 18:19

    Quando ieri, come tutte le mattine, sono andata a sbirciare nel mondo Roommates per vedere se ci fosse qualche novità, ecco comparire nel Blog il nuovo articolo di Damiana Biga. Subito rimango folgorata da una foto degli anni ’80 a me molto familiare che ritrae il mio mito Bruce Springsteen con indosso un paio dei famosi Levi’ s 501 che evidenziano il suo bel sedere (per me il più sexy del Rock!)….
    E quindi inizio il nuovo viaggio con “Note di Stile” con ancora più curiosità del solito, per scoprire che, tra le varie tappe, si toccano anche i mitici anni ’80, gli anni in cui sono stata ragazzina, quelli di cui ancora oggi si sente tanto parlare (e con non poca nostalgia) per gli avvenimenti, la musica, i film (adoro la triloglia di “Ritorno al Futuro”) e la moda tra cui proprio i jeans (che coincidenza che anche questi, come i Roommates, debbano in parte le loro origini alla Superba!!!) che divennero la divisa di una generazione di cui anche io ho fatto parte perchè ero un ragazzina che indossava con orgoglio il suo paio di 501. E’ stato infatti in quegli anni che è scoppiata la Levi’s mania, grazie anche all’ azzeccato spot pubblicitario in cui il sex symbol Nick Kamen metteva a lavare i suoi 501 restando in mutande, divenendo l’ oggetto dei desideri di milioni di donne e meritando un posto nella storia della pubblicità.
    E proprio nel cuore degli anni ’80 il Boss, che iniziò a fare musica nei primi anni ’70, è diventato planetariamente famoso con il mitico album “Born in the U.S.A.” uscito nel giugno del 1984. Fu proprio il video dell’ omonima canzone (divenuta quasi un inno per quel periodo) che, passato innumerevoli volte dal programma DeeJay Television, mi colpì invogliandomi a sapere di più di quel cantante dalla voce roca che usciva, come il ruggito di un leone, anche attraverso le vene gonfie del collo e delle tempie.
    Da quel momento di tempo ne è passato ma il mio amore per lui, per la sua musica e per i suoi testi è ancora vivo. La sua opera è emblematica della sua poetica volta a raccontare, con l’immediatezza della musica rock, la quotidianità degli “ultimi” d’America, rientrando nella tradizione dei cosiddetti “storyteller”, offrendo uno spaccato della grandezza e delle contraddizioni della società statunitense, di quelle differenze tra il sogno americano appunto e la realtà americana, come ha spiegato bene Damiana.
    Le storie che racconta sono state lette come esemplari delle dinamiche sociali statunitensi, con un forte risvolto collettivo che ha contribuito ad aumentare la sua reputazione di osservatore privilegiato della realtà del suo paese. Considerando che nella cultura americana la musica popolare e colta coabitano in armonia, Springsteen è stato avvicinato anche alla grande letteratura: le sue canzoni sono ritenute in tal senso “una sorta di Grande Romanzo Americano”. I suoi brani sono spesso ambientati in luoghi a lui familiari o tratti direttamente dalla sua esperienza (dei viaggi in auto con suo padre, un grande deluso dal sogno americano, ad esempio, ne ha parlato molto spesso nelle sue lunghe e coinvolgenti esibizioni dal vivo) ma presentano anche vicende non necessariamente autobiografiche (molte volte ambientate nel West), in cui il musicista assume spesso la funzione di voce narrante.
    E’ facile quindi immaginarlo camminare tra la polvere di certi paesaggi selvaggi, appena sceso dalla sua macchina oppure tra i cavalli del suo ranch a Colts Neck (è qui che la figlia Jessica ha gettato le basi per diventare una pluripremiata amazzone internazionale), un paradiso bucolico nel cuore del New Jersey e che è al centro di Western Stars, il suo docu-film che evoca appunto le terre del West americano.
    Quanto al domandarsi se Bruce sarebbe stato diverso se non avesse incontrato certe letture, sono sicura che Il Mago di Oz, così come le poesie di Whitman e T.S. ELiot, i racconti Flannery O’ Connor, di Twain, e Kerouac, per fortuna abbiano contribuito a renderlo il grandissimo artista e grandissimo uomo che è e che proprio per questo è stato inserito come tappa importante di questo bellissimo viaggio.

  • Manuela
    Rispondi 21 Maggio 2020 20:34

    Grazie a te, per averlo fatto in modo così originale… ho apprezzato molto e mi sono emozionata anche io ????❤

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