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Spotify e gli “accorciamenti” dei tempi

Tempo di lettura: 4 minuti

Oggi Daniel Ek, il supercapoccione di Spotify ha fatto una dichiarazione BOMBA. Ha infatti detto, guardando i dati della sua piattaforma che:

Oggi ci sono milioni e milioni di artisti sul mercato. Ciò che si tende a riportare è che le persone sono scontente, ma molto raramente vediamo qualcuno che ne parla. Da quando esiste Spotify non penso di aver mai visto un artista dire pubblicamente di essere soddisfatto degli introiti che ottiene dallo streaming. In privato lo hanno fatto molte volte, ma in pubblico no“.

A seguito di questo ha sostenuto che gli artisti dovrebbero uscire con dischi più frequentemente dei 3-4 anni standard (per motivi di money).

Andiamo però con ordine:

La pubblicazione dei contenuti

Nella storia della musica i vari artisti hanno pubblicato con diverse frequenze i loro lavori, c’è chi pubblica spesso, chi fa aspettare tanto i propri fan e chi se ne frega di ogni logica e pubblica quando gli viene comodo. Forse.

Si, scrivo FORSE perché dobbiamo distinguere tra vari “livelli” di pubblicazione. Roommates, Tool e Rolling Stones sono band differenti: la prima appartiene all’underground musicale italiano e le altre due sono mondiali, una “moderna” e una “eterna“. La prima sta attenta a cosa accade intorno, deve gestire la produzione da “piccini”, con budget ridicoli e vincoli non trascurabili, la seconda invece dà una attenzione spasmodica ad ogni aspetto della produzione sotto ogni aspetto e sotto l’ottica del rapporto coi fan, infatti l’ultimo lavoro è uscito a 13 anni dal precedente. I terzi, invece, sono La Storia e possono permettersi di uscire come dove e quando vogliono con singoli, album, dvd, video, contenuti speciali di Richards che fa esplodere palloncini o quant’altro. Questo anche perché i budget sono diversi e la risposta del pubblico è differente (anche tra Tool e Stones)

Quindi, fatto questo distinguo fondamentale tra giganti e nani, possiamo fare il secondo distinguo fondamentale:

Anno del Signore 2020 – Post (quasi, si spera) Covid19

La dichiarazione di Daniel Ek arriva nel 2020, nell’Agosto del 2020, non il 27 agosto del 1991 quando uscì Ten dei Pearl Jam. OGGI, in questo preciso momento storico, non abbiamo più le cassettine, i CD vengono letti solo a casa e dalle auto che hanno più di 8-10 anni, gran parte dei Mac Book Pro non hanno il lettore e per andare in giro il lettore CD non si porta più in tasca. Stanno facendo capolino al meglio i vinili, ma solo perché c’è gente come noi che ha ancora il feticismo del rituale dell’ascolto del disco.

In questo momento la musica viene usata, ascoltata, abusata e usata come ancora di salvezza tramite YouTube, Spotify, Amazon Music, etc etc… e viene gestita quantitativamente con gli streaming online. Certo, non proviamoci neanche a paragonare la bellezza di un vinile con la qualità di un brano di YouTube per almeno una dozzina di motivazioni, ma in quanto a comodità la Rete vince 10 a 0.

Quindi affacciamoci alla realtà, oltre a valutare la dimensione della produzione, dobbiamo anche capire che (purtroppo) non siamo più in quei periodi in cui alla sera c’era Happy Days su Italia 1, o quando si telefonava alla bella a 110 km di distanza usando i gettoni dalla cabina del telefono. Siamo nel 2020, siamo interconnessi alla rete che Neo e Trinity spostatevi, e ignorare questi fatti è da folli.

Quindi…quanto si aspetta?

Alla luce di questo rimane la domanda:Daniel Ek ha detto una solenne tr***ta o una cruda verità?”.

La risposta non è una sola, e non è quella che gli ha riservato Mike Mills dei REM (che lo ha mandato a stendere senza passare dal VIA e ritirare le 20000 lire).

La risposta, non essendo sola, sarà data dalla realtà dei fatti, ma valutando il fatto che Spotify legga BENE i nostri dati (che noi forniamo) e abbia un polso invidiabile sulle nostre scelte, posso solo dire che per una piccola band la frequenza di pubblicazione nell’era dell’hype velocissimo è una necessità non trascurabile (mai sparire per più di 3-4 mesi?).

Ci stiamo infatti spostando velocemente verso un cambio di paradigma che non vede più il disco come perno fondamentale per le uscite, ma il singolo, la canzone singola. Probabilmente entro qualche anno il disco sarà solo la raccolta dei singoli più contenuti speciali e anche i big dovranno lentamente adattarsi per mantenere gli introiti a livelli decenti.

Certo, se fossi Steven Tyler mi preoccuperei poco, ma per tutti quelli che vanno da zero a “quasi internazionale” inizierei a valutare.

 

In coda vi lascio due questioni, la prima riguarda i Beatles. Loro hanno pubblicato:

  • Album in studio: 13
  • Album dal vivo: 4
  • Raccolte: 30
  • EP: 16
  • Singoli: 22
  • Album video: 11
  • Video musicali: 64

… e tutto in circa 10 anni. Fatevi i conti di quanto avessero capito il concetto di HYPE!

La seconda questione riguarda la mia tesi:

“Entro pochi anni il disco sarà una raccolta di singoli”

FATEMI CAMBIARE IDEA nei commenti!

Comment: 1

  • Hilayah
    Rispondi 4 Agosto 2020 17:40

    Eh, ti direi che è la cosa che sento ripete da almeno 5 anni e credo che più le persone se lo ripetano più la fanno diventare una cosa fattibile. Non c’è reale richiesta di un “tutto e subito” musicale ma è un idea di mercato che insegna al pubblico questa piccola e letale regola. Dico letale perché la creazione e la musica hanno bisogno di elaborazione e di un percorso di maturazione, con questi ritmi non si rischia di perdere il concept di un disco?
    Quanto è più importante il numero in crescita sul social e quanto la possibilità di ascoltare un evoluzione tra un disco e l’altro più che tra una traccia e l’altra?
    Ora smetto di scrivere ma è un argomento su cui rifletto da tempo.

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